"Poi Marco si è ripreso, nel modo sconcertante che aveva sempre avuto nei suoi cambiamenti di umore: l'ho sentito rispondere al telefono prima che dovessi farlo io ancora una volta e dire che non c'era, l'ho sentito parlare forte e anche ridere attraverso la porta chiusa della sua stanza. Verso le otto di sera è venuto nel soggiorno, tutto elettrico e sbarbato e con vestiti puliti addosso; mi ha detto <
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In strada camminava veloce, parlava veloce, faceva gesti veloci, sembrava lontano anni luce dallo stato in cui l'avevo visto fino a poche ore prima. Diceva <
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Marco ha detto <
Mi ha scrollato per un braccio mentre andavamo lungo il marciapiede a passo di corsa, ha detto <
Abbiamo attraversato una via di traffico, e lui faceva gesti provocatori agli automobilisti, gridava <
Abbiamo camminato sempre più veloci nella sera fredda, continuavo ad affannarmi per stargli dietro e lui continuava ad accelerare, come se stesse scappando con rabbia e imbarazzo dai sentimenti che non voleva riconoscere. Mi ha trascinato lungo King's Road, oltre i pub e i bar e i posti di hamburger e i piccoli ristoranti vegetariani affollati, e continuava a parlare e gesticolare; diceva <
Gli correvo di fianco, e mi chiedevo quanto aveva potuto lasciarsi andare a picco nella vita di Misia senza che io lo sapessi; mi chiedevo se era un'idea che mi rasserenava o mi faceva stare ancora peggio.
Marco ha attraversato di nuovo la strada senza curarsi del traffico, mi ha trascinato per una via alberata fino a una casa a due piani che lasciava filtrare luci e musica e voci da ogni fessura, ha suonato il campanello. Si è girato a guardarmi; ha detto <
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Ho una sfida in atto con me stesso, me la sono fatta due settimane fa: voglio finire di leggere tutti i libri del mio scrittore preferito, che è appunto De Carlo. In pochi giorni ho riletto Due di Due e Di Noi Tre, poi ho letto Yucatan e subito dopo I Veri Nomi. Lasciando indietro per l'ennesima volta altri libri che sto portando invano avanti da mesi. De Carlo mi pulsa dentro, sento come se la verità su me stesso sia contenuta nei suoi libri. I suoi libri significano mia mamma, per me. Quasi tutti quelli che ho appartenevano a lei, li aveva comprati lei. A parte Due di Due, che apparteneva alla Francesca. La verità è che io sono incazzato, in questo periodo on the edge, e riverso tutta questa mia rabbia in qualunque altra cosa. Qualunque gesto che faccio, qualunque azione che intraprendo. Passo i giorni isolato nella mia camera, leggo e guardo film su film e telefilm su telefilm per non pensare ai miei problemi. A volte mi chiedo se la cosa migliore non sia prendere e andare. Ascolto l'album solista di Julian Casablancas, e mi fa cagare, penso sia l'album più merdoso degli anni zero. Ascolto il nuovo album dei Wolfmother, ed è vomitevole. Esco di casa, giro per la mia città, la città grigia, Padova, e l'atmosfera mi aliena. Continuo a passeggiare, e non vedo l'ora di tornare a casa. In questi giorni ho troppe cose burocratiche da fare qua, non posso prendere il mio scooter e volare via fuori da 'sta città. Ogni volta che lo faccio parte un "whoo hoo" di sincera gioia da sotto il casco. Vivo una routine completamente surreale, fatta di grigio e solitudine: l'unico momento caldo è quando entro in pizzeria alle sette e mezza per cominciare a lavorare. La sincera allegria dei miei colleghi di lavoro arabi mette serenità, almeno temporanea, anche a me.
La vera sfida con me stesso, sapete qual è? Che anche io una mattina mi svegli, ed abbia la stessa realizzazione che ha Marco Traversi. Vorrei potermi guardare da una minima distanza, e sentirmi patetico, sentirmi the all-singing, the all-dancing crap of the world (Fight Club), e cominciare a muovermi. Purtroppo per ora non sono che la routine grigia di Jack. E non so quando finirà. Vorrei poter osservare il tempo da lontano, e non esserne il solito schiavo, come chiunque. Vorrei esserci, e sentire, e pizzicare, e raccogliere quello che c'è finché c'è. Perché il tempo posso osservarlo, forse, ma posso anche osservarlo mentre si conclude quello che è a mia disposizione. E sono sicuro che non è tantissimo. La nonna di Livio, sempre su Di Noi Tre, prima di suicidarsi lascia un biglietto al nipote, dice: "Cerca di vivere in modo interessante perché guarda che questo viaggio finisce a una velocità prodigiosa".
E me lo sento dentro forse, ormai: mi manca poco, a sentirmi patetico. Presto mi staccherò questa lacca di autocompassione di dosso, e mi muoverò.
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