C’era un tempo, in cui non esisteva un tempo.
O almeno, non pensavo ai diversi tempi che avrei potuto passare.
In quei tempi giocavo con le Micro Machines e disegnavo le facciotte di Lupin e Paperino e Topolino. Scrivevo storie a fumetti e le dipingevo con gli acquarelli, mangiavo tanta Nutella e Fonzies, e bevevo latte al Nesquik coi biscotti Oro Saiwa. In autostrada giocavo al gioco delle targhe e dei modelli delle macchine: non vedevo l’ora di guidare, e di esplorare quell’Italia verde e mediterranea che si staglia a sud di Padova.
Non c’erano ancora i videogiochi a distrarmi, e non mi piaceva nessuno sport: detestavo andare in piscina, perché in acqua mi piaceva solo sguazzare ed essere libero. Il calcio mi faceva schifo perché era uno sport di squadra, e lo concepivo in maniera prettamente artistica, poiché io con la palla pennellavo tiri all’incrocio dei pali, non pensavo a strategie o a giochi di squadra. Mancavo di grinta, diceva mio padre, ma io me ne fottevo altamente di questi suoi commenti: lui avrebbe solo dovuto capire che non stavo facendo ciò che mi interessava.
E se a un bambino piace solo disegnare e mangiare i gelati al cioccolato, o lo indirizzi verso i suoi interessi e gli fai tenere i capelli ricci e boccolosi invece di tagliarglieli, o lo affossi per sempre e lo rendi insicuro ed introverso.
In quei tempi, ero solo e mammone. Non ci sono altri aggettivi per descrivere quei tempi.
In altri tempi, ripensi tanto agli altri tempi.
Ma quali tempi? Esiste più di un tempo?
E se il mio tempo fosse adesso, e solo adesso, così come il tempo di ognuno è sempre adesso?
E adesso mi sento così:
Ti vorrei qui, ma non solo per coccolarti. Ti vorrei qui per raccontarmi, per sentire i tuoi racconti, per condividerci, per ammettere e superare le nostre paure, in una parola per amarci…
Nessun commento:
Posta un commento